Le ondate di calore aumenteranno: cosa dice la ricerca e chi rischia di più

Il 28 giugno 2026 diciotto capoluoghi italiani erano in bollino rosso, il livello più alto del sistema di allerta del Ministero della Salute, con temperature comprese tra 39 e 41 gradi; questo non è più da considerarsi un episodio isolato, specie perché arriva dopo un 2025 chiusosi come la quinta estate più calda registrata in Italia dal 1950, a cui poi si somma anche il record assoluto registrato dal 2024.

Guardare a questi numeri come a una sequenza di “estati eccezionali” è un errore di prospettiva: i dati raccolti negli ultimi decenni descrivono un fenomeno strutturale, non una serie di incidenti climatici sfortunati.

Perché non possiamo più parlare di anomalia?

Un termometro immerso nella sabbia caldissima

L’ISPRA misura da anni tre indicatori chiave:

  • giorni estivi, ovvero giorni in cui la temperatura massima è sopra i 25°C
  • notti tropicali, ovvero notti in cui la minima è sopra i 20°C
  • giorni caldi, ovvero giorni in cui le temperature superano il 90° percentile trentennio di riferimento 1991-2020.

Bene: tutti e tre questi indicatori mostrano una crescita costante a partire dagli anni 2000, con un’ ulteriore ed evidente accelerazione nell’ultimo decennio. I dati non parlano più di picchi isolati ma di una media che si è stabilizzata sempre di più verso l’alto, anno dopo anno. Dal 2000 in Italia sono soltanto 4 gli anni che hanno registrato un anomalia termica negativa rispetto al periodo di riferimento e anche il mare, che normalmente funge da mitigatore, sta perdendo questa funzione perché di anno in anno continua a scaldarsi sempre più.

Il mediterraneo, nello specifico, mostra temperature superiori a qualunque valore mai registrato in precedenza nello stesso periodo dell’anno: mari così caldi possono alimentare ulteriormente le ondate di calore più intense e prolungate, in un meccanismo di retroalimentazione che sconfessa del tutto l’idea di una semplice coincidenza stagionale.

Cosa succede al corpo quando soffre lo stress da calore?

Il caldo estremo interagisce con il corpo in diverse maniere: la più palese è mettendo sotto pressione il sistema cardiovascolare:per disperdere il calore accumulato, infatti, il corpo aumenta il flusso sanguigno verso la pelle. Così facendo il cuore lavora di più e chi ha già una funzione cardiaca compromessa può faticare a sostenere questo tipo di sforzo aggiuntivo.

Il corpo poi si raffredda attraverso il suo principale meccanismo di scambio termico: la sudorazione; questa, se prolungata, può portare a disidratazione e squilibrio elettrolitico, entrambe condizioni che vanno a pesare sul funzionamento renale. Nei soggetti in cui il funzionamento renale è già compromesso a seguito di farmaci che alterano l’equilibrio idrico (come diuretici o ipertensivi), il caldo può portare a insufficienza renale e altri scompensi.

Il quadro clinico dello stress da calore procede su un continuum: si parte da crampi da calore e sensazione di spossatezza, si passa all’esaurimento da calore (caratterizzato da sudorazione profusa, nausea, tachicardia) fino al colpo di calore, la forma più grave, in cui i meccanismi di termoregolazione vengono sopraffatti.

Come proteggere le fasce più fragili?

Una foto di firenze durante un ondata di calore

Ogni anno il Ministero della Salute aggiorna la campagna “Proteggiamoci dal caldo“, un decalogo comportamentale pensato in particolare per chi è più esposto: anziani, malati cronici, caregiver, bambini, donne in gravidanza e lavoratori all’aperto.

Queste le indicazioni più rilevanti:

  • evitare l’esposizione nelle ore centrali della giornata, limitando l’attività fisica intensa e preferendo gli ambienti climatizzati o quelli più freschi.
  • idratarsi regolarmente anche in assenza di stimolo della sete con acqua e frutta fresca.
  • fare pasti leggeri e frequenti, evitando cibi difficili da digerire perché la digestione è responsabile del calore metabolico; durante il corso dell’estate nella dieta è fondamentale moderare caffeina e alcol.

In caso di sospetto colpo di calore è fondamentale seguire le indicazioni dell’ISS: non somministrare mai farmaci per la febbre come aspirina o paracetamolo, ma raffreddare il corpo il più rapidamente possibile con panni bagnati e acqua fresca, offrire liquidi e sali minerali, e contattare immediatamente i soccorsi.

Perché le nuove estati saranno questioni strutturali per il futuro della sanità

È fondamentale iniziare a trattare le nuove estati non come eventi eccezionali ma come fenomeni strutturali perché bisogna iniziare a cambiare le decisioni da prendere. Le emergenze si affrontano con misure temporanee mentre i trend consolidati richiedono pianificazione permanente in più ambiti, sanità compresa.

Anche la presidente di ISPRA, Maria Alessandra Gallone, ha sottolineato come i dati del monitoraggio confermino il cambiamento climatico come una realtà già in corso e non più come un evento lontano da guardare in prospettiva.

È qui che entra in gioco il lavoro dei normatori, che si stanno attivando per rendere il diritto del lavoro consapevole delle problematiche relative al cambiamento climatico. Tra ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata e il sistema informativo di Worklimate, la piattaforma sviluppata da INAIL e CNR con le mappe di rischio, le risposte istituzionali si fanno sempre più frequenti.

L’Italia ha costruito, a partire dal 2004, un sistema di sorveglianza pensato per funzionare in modo continuativo; questa infrastruttura è principalmente uno strumento di allerta che però permette al sistema sanitario di rispondere reattivamente. La natura delle attuali risposte, ovvero l’aggiunta di posti letto o l’attivazione di ambulatori dedicati, è ciò che deve essere ammodernato in quanto soluzioni sensate per le emergenze isolate e non per condizioni sistemiche. I dati, purtroppo, evidenziano come l’Italia sia ancora indietro rispetto il resto d’Europa in termini di preparazione al caldo: uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health evidenzia come l’Italia sia il paese con il maggior numero assoluto di decessi da caldo in Europa, oltre 3.000 l’anno in media, davanti a Germania e Spagna.

Le direzioni su cui il sistema dovrà muoversi saranno, idealmente:

  • integrazione del rischio da calore nei percorsi di cura delle patologie croniche
  • formazione dedicata per personale sanitario e socio sanitario sul riconoscimento precoce delle condizioni da stress da calore
  • riduzione dell’impronta climatica della sanità stessa

Le ondate di calore non sono più un’eccezione da raccontare quando arriva l’ennesima estate “storica”. Sono un dato strutturale del clima italiano ed europeo, confermato tanto dalle serie climatiche di trent’anni quanto dalle ordinanze che ogni estate tornano puntuali a regolare il lavoro all’aperto, con un impatto sanitario misurabile e concentrato su chi è già più fragile: anziani, malati cronici, bambini, lavoratori esposti, persone sole.

Conoscere le precauzioni pratiche aiuta ad affrontare l’emergenza del singolo bollino rosso; riconoscere il fenomeno come strutturale è ciò che permette, a chi amministra la sanità pubblica, l’edilizia e il lavoro, ma anche a chi si prende cura di un familiare anziano, di anticipare il rischio invece di scoprirlo ogni volta troppo tardi.