Esposizione solare e salute della pelle: tra prevenzione e responsabilità collettiva

Durante il corso degli ultimi decenni, il rapporto tra popolazione ed esposizione solare ha conosciuto una progressiva trasformazione, sostenuta dal mutamento delle abitudini, dall’allungamento dei periodi di vacanza, dalla diffusione delle attività all’aperto e da una rinnovata percezione culturale.

 

L’esposizione della pelle ai raggi ultravioletti si cumula nel corso degli anni, con tracce che si conservano di volta in volta; la comprensione di questo meccanismo, aumentata negli anni grazie ai miglioramenti della scienza, ha permesso di costruire un impianto preventivo orientato alla consapevolezza, invece che al timore. Questo perché l’esposizione solare non va interpretata come una minaccia da evitare in modo assoluto: la luce del sole interviene nella regolazione del ritmo sonno-veglia, favorisce la sintesi della vitamina D e ha un ruolo riconosciuto nell’equilibrio del tono dell’umore.

 

La questione riguarda la dose e alle modalità dell’esposizione: l’azione delle componenti UVA e UVB vanno ad agire sulle cellule cutanee in modo graduale e silenzioso, con effetti che spesso si manifestano a distanza di molti anni; è in questo intervallo tra causa ed effetto che si concentra gran parte dell’azione preventiva.

 

Quali sono i  meccanismi biologici dell’esposizione alla radiazione ultravioletta?

Per inquadrare correttamente il perché sia fondamentale la prevenzione, è importante descrivere ciò che avviene nei tessuti cutanei partendo da un’informazione: la scomposizione della radiazione ultravioletta in 2 componenti: UVA e UVB.

 

La radiazione UVB agisce prevalentemente sugli strati più superficiali dell’epidermide ed è la principale responsabile delle scottature; la radiazione UVA, invece, penetra più in profondità, raggiunge il derma e interagisce con le fibre di collagene ed elastina; queste ultime sono quelle che assicurano alla pelle compattezza ed elasticità. Gli effetti della radiazione UVA sono i meno percepibili nell’immediato ma sono invece i responsabili di progressivo invecchiamento cutaneo, della comparsa di discromie o della progressiva perdita di tono.

 

Esiste poi un livello di interazione più profondo, che riguarda direttamente il materiale genetico delle cellule. Le esposizioni intense ai raggi ultravioletti possono generare alterazioni nel DNA che l’organismo in maggioranza corregge grazie ai suoi sistemi di riparazione. Quando le esposizioni si fanno ripetute, prolungate o particolarmente aggressive parte dei danni può sottrarsi al processo di riparazione e accumularsi nel tempo. 

 

L’abbronzatura stessa altro non è che la risposta difensiva dei tessuti a una sollecitazione esterna: attraverso l’aumento di produzione di melanina il corpo cerca di schermare la cute proprio dai raggi ultravioletti. Ad oggi essa è percepita come obiettivo estetico ma, in realtà, è l’ennesimo esempio della bontà dei meccanismi di autoregolazione del corpo umano.

Prevenire come pratica quotidiana

Il sole con degli occhiali da sole davanti

Affrontare il tema della prevenzione dermatologica non significa impedire alla popolazione di prendere il sole (che rimane utilissimo), bensì promuovere un insieme di comportamenti sostenibili e integrabili nella vita quotidiana senza che questa si traduca in una rinuncia. 

 

Parte della prevenzione parte dalla divulgazione dei metodi di protezione disponibili al pubblico. Ad oggi ci sono pochi strumenti dalla validità comprovata come le creme per la protezione solare, oggettivamente lo strumento più documentato e accessibile in circolazione. Il problema è che il corretto uso di queste creme prevede una consapevolezza da non dare per scontata: la protezione solare, ad esempio, va rinnovata dopo il bagno o dopo aver abbondantemente sudato; non è tutto: la crema solare va impiegata anche nelle giornate coperte perché le nuvole non annullano il quantitativo di radiazione che si distribuisce sul terreno.  Il sole non è poi aggressivo nella stessa maniera durante il corso di un’intera giornata: le ore centrali sono quelle durante le quali l’indice UV raggiunge i valori più elevati e richiedono una prudenza particolare, soprattutto nei confronti dei bambini. 

 

La seconda dimensione della prevenzione è invece fondata sull’osservazione: la conoscenza della propria pelle, l’attenzione alla comparsa di nuove formazioni e ai mutamenti di forma, colore o dimensione di quelle preesistenti, unite al ricorso a una valutazione specialistica quando un elemento desti attenzione, rendono possibile una diagnosi precoce di problemi più gravi. 

 

La dermatologia dispone oggi di strumenti quali la dermatoscopia e la mappatura dei nei, che consentono di seguire nel tempo l’evoluzione della cute, permettendo così un intervento tempestivo dove necessario. La prevenzione, intesa in questi termini, non si configura come un evento isolato ma come una forma di attenzione che si rinnova periodicamente. 

La cultura della salute nasce dalla conoscenza

 

La salute della pelle illustra con chiarezza un principio che attraversa l’intera medicina preventiva: le scelte compiute nel presente sono una componente fondamentale delle condizioni di salute future.

 

Le esposizioni accumulate durante l’infanzia e l’età giovanile, gli episodi di scottatura considerati di scarsa rilevanza nel corso di un soggiorno estivo, le ore trascorse senza protezione lungo gli anni sono la storia individuale che la cute conserva e che il tempo rende progressivamente leggibile. Questo elemento deve restituire, attraverso la divulgazione, l’idea che comportamenti consapevoli possono intervenire su un percorso in gran parte modificabile attraverso controlli attenti e costanti della cute. La conoscenza dei meccanismi della radiazione ultravioletta, la protezione proporzionata all’esposizione, l’osservazione dei segnali trasmessi dall’organismo e il ricorso ai controlli specialistici costituiscono un insieme di pratiche alla portata di tutti. 

 

Questo è uno dei contesti in cui la conoscenza scientifica incontra la responsabilità verso la collettività ed è anche qui che la Fondazione Muto riconosce il senso più autentico del proprio operato e della propria missione.