Cos’è la prevenzione primaria quando parliamo di tumore al seno?

Ottobre è il “mese rosa”, il periodo dell’anno interamente dedicato alla sensibilizzazione sulla prevenzione del tumore al seno. Questo appuntamento è il risultato di una gigantesca campagna di comunicazione internazionale che, anche in Italia, si declina in campagne di informazione, iniziative gratuite di screening e messaggi istituzionali pensati per incoraggiare le donne a prendersi cura della propria salute attraverso la prevenzione e la diagnosi precoce.

 

Secondo il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025” curato da da AIOM e AIRTUM, durante il corso del 2024 in Italia sono state stimate 53.065 nuove diagnosi di tumore della mammella nelle donne. Secondo lo stesso rapporto, ad oggi ci sono circa 925.000 donne che vivono sul territorio dopo una diagnosi: un risultato costruito negli anni grazie a diagnosi più tempestive e a terapie sempre più efficaci. 

 

Accanto alla diagnosi precoce esiste però un secondo livello di prevenzione, meno raccontato e altrettanto fondato sulle evidenze scientifiche: questo riguarda ciò che accade prima che il tumore si formi e viene declinato all’interno della definizione di prevenzione primaria.

Che cosa si intende per prevenzione primaria?

Una donna con una collana al colloCon la prevenzione primaria si inquadrano misure e accorgimenti per fare in modo di ridurre la probabilità che un tumore si sviluppi; se lo screening è ciò che serve ad individuare il tumore quando è ancora di piccole dimensioni, la prevenzione primaria è tutto quello che serve per fare in modo che lo screening risulti negativo.

Purtroppo non tutti i fattori di rischio del carcinoma mammario sono modificabili: l’età, la storia riproduttiva e la predisposizione ereditaria non dipendono dalle scelte individuali, e secondo le stime riportate da AIOM circa il 15% dei tumori della mammella ha una componente eredo-familiare. 

 

La prevenzione primaria agisce solo su una parte del rischio e sui fattori su cui è possibile intervenire. Secondo un’analisi pubblicata nel 2024 su CA: A Cancer Journal for Clinicians negli USA durante il corso di un singolo anno sono stati ben 83.840 i casi tumore al seno attribuibili a fattori di rischio potenzialmente modificabili, un numero elevatissimo superato soltanto da quello del tumore al polmone. Per quanto il dato non sia trasferibile sulla popolazione italiana, differente per dimensioni e per abitudini, è in grado di restituire la dimensione del margine su cui la prevenzione può agire.

Quali sono gli elementi che aumentano o diminuiscono la probabilità di tumore al seno?

L’epidemiologia oncologica ha studiato approfonditamente l’argomento per poter suggerire che il rischio di tumore al seno aumenta in proporzione alla quantità di alcol consumata durante il corso della vita. 

 

Una rianalisi molto ampia sul tema pubblicata sul British Journal of Cancer dal Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer, ha riunito i dati di 53 studi e di oltre 150.000 donne. Secondo questi dati il rischio relativo di tumore al secondo cresce del 7,1% per ogni 10 grammi di alcol in più assunti ogni giorno, ovvero, secondo la definizione adottata dallo studio, per ogni bevanda alcolica quotidiana aggiuntiva; l’aumento è risultato identico nelle fumatrici e nelle non fumatrici. Lo studio suggerisce che, se la relazione osservata tra alcol e tumori è di tipo causale, circa il 4% di neoplasie al seno nei paesi sviluppati sarebbero proprio attribuibili all’alcol 

 

Anche peso corporeo e attività fisica hanno rilevanza nel contesto specifico. Dopo la menopausa, l’eccesso di grasso corporeo è associato a un rischio più alto: il movimento regolare, al contrario, a un rischio più basso; una ricerca della IARC del 2016 ha concluso che l’assenza di eccesso di grasso corporeo nel postmenopausa riduce il rischio di tumore al seno. Anche parametri come l’aumento di peso in età adulta e la circonferenza vita sono associati a questo tipo di rischio.

 

Anche l’allattamento è un fattore che merita un’attenzione particolare nel contesto del tumore al seno. Secondo una rianalisi di quasi 50 studi pubblicata su The Lancet, il rischio relativo di tumore al seno si riduce del 4,3% per ogni 12 mesi complessivi di allattamento a cui si aggiunge un ulteriore riduzione del 7% per ogni gravidanza. Il dato non va inteso come un giudizio sulle singole donne in quanto l’allattamento non è sempre una scelta possibile ma riguarda le condizioni, dal lavoro ai servizi di sostegno, che rendono l’allattamento praticabile per chi lo desidera.

Prevenzione primaria e screening

Una dottoressa legata allo screening per i tumori al seno

Nessuno di questi fattori, da solo, determina se una donna svilupperà un tumore, e nessuno sostituisce lo screening mammografico, che resta lo strumento con cui individuarlo in fase iniziale. Esiste poi un rischio più sottile: che sentirsi in salute, o sapere di condurre una vita sana, diventi una ragione per rimandare l’invito. In Italia il Servizio Sanitario Nazionale offre gratuitamente una mammografia ogni due anni alle donne tra i 50 e i 69 anni, eppure secondo AIOM nel 2024 la copertura dei programmi ha raggiunto il 50% a livello nazionale e soltanto il 34% nelle regioni del Sud.

 

Come Fondazione Muto crediamo che la prevenzione vada raccontata come un unico percorso, in cui le abitudini quotidiane e i controlli periodici non si escludono ma si sommano. Un percorso che dipende da un’informazione corretta, da servizi accessibili in modo uniforme sul territorio e da una ricerca capace di misurare ciò che protegge: è su questi piani che la salute delle donne diventa una responsabilità condivisa.